Controlli radiometrici, a che punto siamo?

di Annagiulia Randi

A un mese dalla prossima entrata in vigore del Decreto legislativo n. 101 del 31/07/2020 e trascorsi quasi 8 anni dalla pubblicazione della Direttiva Europea 2013/59/Euratom, gli operatori della logistica italiana stanno ancora attendendo l’emanazione di un Decreto interministeriale (MISE, MAECI, AMBIENTE, LAVORO, ADM e ISIN) che individui definitivamente i prodotti e semilavorati metallici da sottoporre a controllo.

Attualmente, a seguito di continui Decreti Legge di proroga del termine per l’emanazione del Decreto perdura l’applicazione della disciplina previgente di cui all’art. 2 del Decreto legislativo n. 100 del 01/06/2011, ma con l’evoluzione della normativa il rischio è quello di paralizzare porti ed aeroporti, in una situazione economica e sociale già fortemente compromessa.

Infatti, se il decreto interministeriale non verrà presto emanato, la sorveglianza radiometrica verrà estesa senza limitazioni a circa il 70% delle merci importate nel nostro Paese, rendendo di fatto impossibile la consegna di moltissime tipologie di prodotti che includono parti metalliche, si pensi alle viti presenti nei mobili da montare, ai bottoni, fibbie ed applicazioni metalliche presenti negli indumenti, che come potenziali portatori di radioattività diverrebbero quindi oggetto di controlli doganali non tariffari.

Ferma restando la necessità di tutelare e garantire la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini, gli operatori, preoccupati di un eventuale silenzio da parte delle Amministrazioni concertanti, chiedono che sia comunque assicurata l’attuale operatività degli hub logistici così come avviene nel resto d’Europa.

Oltre alla ridefinizione della lista di prodotti da sottoporre alla protezione contro i pericoli derivanti dalle esposizioni alle radiazioni ionizzanti, il tanto agognato Decreto, in attuazione dell’art. 72 c. 3 del Decreto legislativo n. 101/2020, si dovrà occupare anche di definire le modalità esecutive della sorveglianza radiometrica. Quanto a questo punto, già nel lontano 1995, al fine di disporreinterventi urgenti a favore del settore portuale e marittimo, il Decreto Legge n. 119 del 21/04/1995, all’art.16, affidò all’allora Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato l’acquisto e l’installazione di sistemi di controllo dei metalli radioattivi.

Lo stesso demandò inoltre al Ministero delle Finanze l’individuazione dei valichi di frontiera dove installare i portali a scintillazione per il rilievo della radioattività.

I valichi stradali ferroviari e marittimi furono individuati, e ad oggi circa 30 portali sono stati installati e collaudati; la maggior parte si trova nei principali porti (Venezia, Genova, La Spezia, Livorno, Taranto, Bari, Brindisi, Ancona, Gioia Tauro, Civitavecchia, Trieste) ed i restanti sulla linea ferroviaria a Domodossola, Savona e Gorizia. Purtroppo non sono mai entrati in funzione, probabilmente per ragioni puramente burocratiche e sostanzialmente per due motivi, primo perché non si sa chi debba gestirli e manutenerli, e secondo perché non esiste tutt’ora una procedura da seguire in caso scatti l’allarme.

La mancata attivazione di questi portali, il cui solo acquisto ha comportato tra l’altro una cospicua spesa pubblica (si parla di 5 miliardi delle vecchie lire), è irreparabile perché nel frattempo, trascorso un quarto di secolo, questi sono divenuti vetusti, la tecnologia è stata superata e quindi i portali oggi sono completamente inutilizzabili.

Un vero spreco di denaro pubblico. Un’occasione buttata per un nonsense burocratico?

La conclusione più semplice, ma non semplicistica, la si può ritrovare nella deleteria frammentazione dei vari organismi istituzionali tra cui il Servizio Sanitario Nazionale, ARPA, il Ministero della Salute, il Ministero dell’Interno, le Regioni. Purtroppo quando il regime dei controlli si divide, si frammenta e non si realizza in un fronte unito, la situazione diviene dispersiva ed inefficace, questo a diretto danno della salute dei cittadini in primis, ma anche degli operatori economici che devono continuare ad accollarsi i costi per i controlli radiometrici e che in futuro potrebbero dover aggravare la loro spesa se i controlli verranno estesi a qualsiasi prodotto contenga una minima quantità di metalli.

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